Il Multiverso di Gianni Asrubali
Teso critico di Marco Tonelli
13 dicembre 2014 - 12 gennaio 2014
Galleria Giraldi, Livorno

Scrivere di Gianni Asdrubali oggi significa dover fare i conti con concetti e categorie che ormai dovremmo avere interiorizzato ma che invece ancora non riescono a far parte del nostro bagaglio linguistico, del nostro senso comune né degli apparati critici a disposizione degli specialisti. Non credo infatti avrebbe senso attualmente utilizzare nel campo dell’analisi artistica, pittorica ed estetica in genere categorie come “energia”, “vuoto”, “velocità”, “struttura”, “forma”, “imprevedibilità” senza considerarne gli sviluppi nel campo della scienza e in particolare della fisica quantistica, dove questi concetti hanno aperto e stanno ancora aprendo nuove porte alla definizione dei fenomeni e di cosa sia realtà, materia, oggettività.La pittura di Asdrubali oggi è più che mai materia per scienziati quantistici, o almeno più di quanto non lo fosse trenta anni fa.

Il fatto è che nel campo della pittura e della critica dovremmo riuscire a saltare da un’orbita ad un’altra con più disinvoltura di quanto non lo si faccia comunemente. Dovremmo cioè non imparare a scrivere meglio ma a scrivere diversamente e questo lo si può fare solo accettando sfide nuove, leggendo ad esempio la forma pittorica ad altri potenziali di ermeneutica e di indagine conoscitiva. Dovremmo manipolare cioè secondo una matematica anaffettiva e impersonale alcune esperienze pittoriche che forse alcune decine di anni fa potevano essere ancora trattate in modo analitico o strutturale o scientifico ma che oggi hanno bisogno di altro per essere comprese, tanto più che se di mezzo si mette l’analisi scientifica questa si aggiorna in modo inarrestabile e niente oggi in quel campo è uguale a quello che era ieri.

Se dicessimo che Asdrubali in apparenza dipinge gli impulsi e le scariche neuronali che dirigono il suo gesto o che sono provocate da esso e poi integrate in tempo reale nella forma dipinta, avremmo già effettuato un salto di orbita. Se volessimo andare però ancora più in là e provocare un salto quantistico ad energie molto più grandi, dobbiamo provare a far qualcosa di diverso. Dobbiamo immaginare non più l’immagine dipinta da Asdrubali come collocata in un campo piatto ma in un vero e proprio tunnel di energia, una sorta di acceleratore di particelle dove le particelle sono sì le scariche nervose del pittore ma le forme visibili i fenomeni registrati, collisioni di particelle subatomiche, quelle stesse che hanno permesso negli ultimi decenni di arricchire l’elenco dei mattoni fondamentali della materia con quark, muoni, leptoni, bosoni di Higgs, neutrini e via dicendo. In questa ottica, ma solo in questa ottica, la pittura di Asdrubali è probabilmente una particella nuova, quella che spiega la consistenza delle altre che contribuisce a formare e che allo stesso tempo disintegra con la sua dirompenza.

Se cadiamo nella consuetudine dello spazio euclideo apparente e piatto, o anche tridimensionale, leggiamo infatti la pittura di Asdrubali come un aggiornamento nel solco della pittura astratta e gestuale di sua appartenenza, una sorta di action painting isterizzata e accelerata, in cui l’azione frenetica non impedisce affatto di riconoscere e creare una trama, una struttura, una rete connettiva modulare e ripetitiva. Come se avessimo aumentato a dismisura il voltaggio di un dipinto di Franz Kline e allo stesso tempo costretto il gesto a ritornare semplicemente su di sé, a ripetere un pattern visivo, a invadere il campo ben oltre i limiti della tela. A mio avviso questo discorso poteva essere forse legittimato anni addietro, ma oggi non è più possibile continuare a crederlo efficace nel caso di Asdrubali.

Il fatto che Asdrubali dipinga su una o più superfici piatte (tele, muri, sagome di legno) e/o collocate in spazi tridimensionali statici ha tratto e continua a trarre tutti in inganno. Il fatto è che neanche per gli scienziati che studiano le dimensioni nascoste della materia (ipotizzandone nel campo della fisica delle stringhe non meno di 11 fino a centinaia di tipi diversi) è facile riprodurre e rendere visibili quelle dimensioni. Già rappresentare su un foglio di carta un cubo di quattro dimensioni può risultare molto complesso e di difficile comprensione o almeno non immediata, eppure il cubo ha realmente quelle dimensioni nello spazio. Se fossimo capaci o allenati nel proiettarle oltre le due dimensioni del foglio di carta potremmo averne chiara la struttura, ma dobbiamo essere in grado di fare il salto proiettivo. Ecco il punto: dobbiamo essere capaci di fare lo stesso con la pittura di Asdrubali e leggerla in uno spazio pluridimensionale (un multiverso) che non è soltanto fisico ma anche energetico, psichico e a suo modo visionario. E per cui potremmo ancora non avere tutti i termini adeguati per descriverlo, ma la sfida è proprio questa.

La pittura di Asdrubali oggi, per chi non riesce a fare tale salto ma almeno ad intuirne le potenzialità, è nel migliore dei casi un’ipotesi in attesa di verifiche, come Einstein che pensò la teoria della relatività molti anni prima che fosse dimostrata. Ma per chi riesce a vederla nella sua irraggiante potenza energetica, chi riesce a seguirne le traiettorie non come segni ma stringhe di energia pluridimensionali e a vederne non la continuità con la tradizione astratta e gestuale ma piuttosto un’alterità radicale con essa, quasi una paradossale negazione nonostante la somiglianza di familia, allora riuscirà finalmente a osservarne tutte quelle inedite implicazioni psicofisiche e aperture su uno spazio mentale notevolmente accelerato nella pittura di Asdrubali, grazie a cui concetti e categorie devono essere ripensati. E da qui allora riprendere l’analisi.

Una chimica di contraddizioni compresse
Testo critico di Marco Tonelli
17 Ottobre - 14 Novembre 2006
Galleria Consorti, Roma

Gianni Asdrubali è uno dei rarissimi pittori che dipinge direttamente il proprio cervello, con i suoi fulminei flash di impulsi, le sue callosità superficiali, le sue erranze chimiche. E lo dipinge, o meglio ancora lo attraversa chirurgicamente, fissandone le strutture dinamiche in cristalli dai colori acidi.
Particolari di questa massa cerebrale pittorica sono quelle sue tipiche trame ingrandite (come maglie di tessuti di organi cerebrali), dalla prima all'ultima (Tromboloidi, Scatalandi, Tritatronici, Zetrici, Tetrazoidi, Zoidi, Azanta, Azota sono i nomi di alcune sue serie di opere realizzate dal 1992 ad oggi), apparizioni di strutture psicofisiche interne che gli permettono di percepire le sue traiettorie neuronali e le sue sinapsi in movimento.
Asdrubali dipinge dunque non "quello" che pensa, ma "come" questo pensiero preme dall'interno e prima che si articoli in un discorso, in un'immagine, in una figura, in una parola.
Così, la sua pittura coincide sempre con l'azione psichica e inconsapevole che la muove e di cui ne è radiografia cristallizzata, mentre il suo pensiero intorno e dopo questo impulso ne è la ripresa consapevole e, come dire, "post operatoria".
Pittura istantanea e compressa: è questa la base della sua poetica e di una pittura che è dunque processo puro e privo di retorica, glaciale e freddo come l'iniezione di una droga sintetica.

gianni asdrubali zoide 2001
ZOIDE

Installazione in spazio interno
Pittura industriale su tela
Anno 2001

Asdrubali é un pittore che saprebbe dar forma ai percorsi mentali e nervosi, alle scariche elettriche dei midolli vertebrali dei personaggi che animano le pagine del romanziere americano William Burroughs, al punto che opere come Diodiavolo, Acidamente, La Chimica di Satana o Malumazac, come Asdrubali ha intitolato alcuni dipinti realizzati tra il 1980 e il 1990, potrebbero benissimo essere fatti passare per i nomi di luoghi e persone improbabili di Burroughs (si vedano i Moscibecchi, il Grande Slashtubich o la Repubblica di Terralibera descritti ne Il pasto nudo), segno che la sua pittura è esperienza psicochimica in diretta, con tutti i suoi spazi di contraddizione compressa, il suo andare e venire, tra vuoto e pieno, assenza e presenza, gesto e inazione. Un viaggio sul piano di un'apparizione frontale, un impatto nudo, a tratti ipnotico, virtualmente monumentale a allo stesso tempo micro strutturale. Se si osserva la storia progressiva della sua pittura, si capisce come il processo di Asdrubali abbia fiutato e seguito, senza progettarlo né anticiparlo, sempre un unico principio: forze ed energie contrarie che premono da sotto e da dentro. Segno contro gesto, e poi spazio di tensioni contro vuoto.

In Asdrubali accade a proposito un paradosso: non tutto quello che "è" dipinto è ugualmente gesto e segno, non tutto quello che "non" è dipinto è assenza e vuoto. Nell'area colorata in cui si consuma l'iniezione del Crack sintetico, vale a dire nel corpo acido della pittura, si contrastano traiettorie ambivalenti, quelle che tagliano e quelle che riempiono, quelle che segnano e quelle che accolgono, quelle centripete e quelle centrifughe. Non ogni segno viene dal gesto e non ogni gesto viene dal segno, mentre intorno vive, come fosse un grande animale silenzioso, un immenso spazio bianco infinito, che si contrae solo nel punto in cui esplodono quei grovigli di segni e gesti.
Un immenso spazio bianco che soffre, sente, aspira a questo campo di tensioni e di impulsi, dove deflagra un permanente vivere dionisiaco della durata d'un attimo.
Certo, questo attraversare le contraddizioni interne di un processo di pensiero, questa forma intossicante di flussi neuronali agganciati ad una temporalità istantanea, rischia di produrre derive di senso da parte di chi osserva, interpreta e giudica. Se per Asdrubali è tutto cosìchiaro, perché esperienza diretta di un fare sempre in corso d'opera, per chi è esterno a questo momento epilettico, a questo elettroshock pittorico, c'è il rischio di non saper avvertire il corto circuito. E di scambiare la sua pittura per action painting, per ripresa informale, per costruzione decorativa, per una forma semplicistica di "essenzialismo" pittorico.

gianni asdrubali zoide 2001

TETRAZOIDE

Pittura industriale su tela
Dimensione 240 x 210 cm
Anno 2001

Il fatto è che, come mi dice Asdrubali, prima che ogni discorso possa aprirsi sull'opera, bisogna che l'opera diventi "freccia" e colpisca cosìil piano frontale dell'immaginazione, della vista, del pensare. Il punto è dunque questo: centrare il bersaglio, far apparire il senso nascosto di un processo, tutto il resto viene a seguire, magari guardando di lato, anche se non si può garantire che l'interpretazione dello spettatore percepisca e partecipi dell'intenzione frontale dell'autore.
Se questo fa parte del gioco di chi fa l'opera (l'artista) e chi la riceve (lo spettatore), nel caso di Asdrubali diventa un problema di sopravvivenza. Non capirne l'impulso vitale, l'energia interna, potrebbe significare ucciderne il senso, sprecarne la fatica. La sua iconografia pulsionale, cosìriconoscibile, è il suo messaggio, non c'è altro.
Se ci si può trovare d'accordo sul fatto che le sue opere possiedano un'invadente forma di bellezza ed eleganza, di pulizia e di equilibrio, tanto che lo schizzo della pennellata sul bianco della tela sembra virtualmente accompagnato, almeno con gli occhi avidi del pittore, nella sua traiettoria casuale, è rischioso fermarsi solo al livello formale. Anche se è certo che è sempre la forma a determinare il valore di un'opera ed è l'evidenza della forma l'unica verità a testimonianza del processo psichico che è per lo più ignoto.
Ma la forma è simultaneamente l'unico limite reale al senso dell'opera stessa.
La forma come rivelazione e nascondimento del dipinto quindi, come suo inizio e fine, insomma come suo limite naturale.
E' proprio nel senso del limite che accade la pittura di Asdrubali ed a questo proposito Asdrubali cosìsostiene: "solo rinchiuso in una gabbia sei in grado ed hai il desiderio di pensare la libertà, fuori della gabbia non più. E' quindi solo facendo esperienza del limite che puoi immaginare e vivere l'illimite", vale a dire, è solo nell'esperienza psichica del quadro che si può vivere quella comunicativa e relazionale dell'uscita immaginativa dalla sua gabbia spaziale, un'uscita che in pratica è il momento in cui l'opera diviene pura forma, bersaglio centrato dalla freccia e aperta cosìalle interpretazioni.
Insomma, il limite fisico dell'opera è l'opera stessa, non il riquadro della tela su cui è dipinta, non il muro che la contiene, non l'architettura che viene occupata. L'opera è un limite fisico perché contiene un illimite mentale, è tutto ciò che potrebbe essere fatto in un breve lasso di tempo, in una porzione di presente, di cui è apparizione istantanea, che però ugualmente non ha tempo, sostiene Asdrubali, perché l'opera è sempre e per sempre.

gianni asdrubali malumazac 1994

MALUMAZAC

Pittura industriale su tela
Dimensione 130 x 160 cm
Anno 1994

Nella sua poetica dello spazio e della forma perciò passa la concezione metafisica dell'opera d'arte, vissuta come momento elettivo, come infinito condensato in uno spazio e in un tempo dati.
Ed è bello sentire parlare ancora dell'opera come dell'unico momento irripetibile in cui l'arte trova senso, proiettandosi in una dimensione che trascende, o crede di farlo, un limite normalizzante.
La sua pittura mi emoziona dunque perché funziona al di là di ogni contesto, perché si crea il proprio luogo elettivo senza eleggere nessun luogo in particolare. E' decisamente il valore dell'opera pura contro il survalore del sistema dell'arte e della transestetica, quello cioè concettuale e postconcettuale, che trasforma in "opera d'arte" o in "installazione" qualsiasi "opera" posta in un museo, in una galleria, in una rivista, in un catalogo. Un sistema che produce più che altro certificati di autenticità su ipoteche (per lo più già scadute) di opere d'arte.
E' per questo che apprezzo della sua pittura una certa autonomia folgorante, che la fa vivere nel pieno della sua aggressiva e felice visibilità, senza dover articolare un discorso per giustificarla, impostare una grammatica per renderla leggibile, fissare delle regole per legittimarla, pur se la poetica di Asdrubali si articola dialetticamente in una fitta trama di pensieri (evidente nella serie di riflessioni ed interviste fatte nel corso degli anni), in cui la teoria coincide con la forma, senza che si percepisca l'obbligo di un progetto a priori.

Marco Tonelli

Gianni Asdrubali Anticontemporaneo Eroe Non Ibridato Surfista Antigrazioso
Testo critico di Marco Tonelli Dicembre 2010
Collezione Permanente Arte Contemporanea - Liceo Scientifico A. Bafile - L'Aquila

Il nodo di Gordio è un mito che racconta di un nodo talmente stretto e intricato che chi l'avesse sciolto sarebbe diventato re dell'Asia. Alessandro Magno riuscìnell'impresa tagliandolo di netto con una spada. Anche l'arte contemporanea la si può vedere come un nodo da sciogliere: quando inizia? cosa è: un periodo o un genere? chi è un artista contemporaneo? Poiché tutti vogliono essere contemporanei ibridati con tutto e nessuno vuole rimanere indietro, si sono escogitate in anni recenti varie tipologie di suffissi della contemporaneità: iper, super, post, trans e via dicendo. Asdrubali ha sciolto il nodo prendendo la strada più breve ed efficace: tagliandolo. Ha insomma reciso il nodo gordiano della contemporaneità con i fendenti spietati della sua pittura, dichiarando di essere anticontemporaneo e coniando lo slogan "Anticontemporaneo è un po' sporco ma fresco".

Il problema dei suffissi della contemporaneità non si è complicato con Asdrubali bensìrisolto: l'essere anti- non significa aggiungere una nuova dimensione all'essere iper, super, post, trans (che tutto sommato si perfezionano l'un l'altra) ma negarle in blocco. Boccioni definiva Antigrazioso un tratto tipico della modernità di inizio XX secolo, violentando l'equilibrio classico dei corpi per ritrovarne uno nuovo nelle forme veloci e frammentate della contemporaneità di allora. Quel suo essere anti- finirà per dare forma al tratto più caratteristico di un movimento che non solo voleva essere contemporaneo, ma proteso verso l'avvenire: il Futurismo. Prima di essere contemporanei bisognava poter essere anti-. In nessuno dei più abusati suffissi della contemporaneità ibridata (iper, super, post, trans) si nasconde una critica ad essa ma tutti sono suoi complici, proiettati ad esaltarla, a farle travalicare il tempo per stabilire un record che oggi può solo essere stabilito dalle quotazioni in borsa delle opere d'arte, ma non dai valori di critica, poetica od estetica. O almeno questo vale per tutte quelle opere che vogliono essere le più ambite sexy star dello scenario contemporaneo. Asdrubali dunque è anti- come Boccioni, perché combatte ciò che è grazioso, trendy, patinato, contemporaneo. E nel far questo afferma di essere senza tempo, di stare prima di esso, anzi al suo inizio e perciò di essere collegato direttamente al futuro. Asdrubali allora è un eroe anticontemporaneo perché mentre dipinge (solo quello, senza ibridazioni) disegna già il futuro della sua immagine, che ha un vero e proprio codice genetico inscritto in una gestualità feroce e priva di retorica. Asdrubali, surfista antigrazioso, con la forza distruttiva e generativa dello spazio e della superficie, costruisce la propria architettura sulla cresta di un'onda, dove tutto scivola via inafferrabile, indefinibile e instabile: perciò anticontemporaneo, nel senso in cui è insensato affermare di essere contemporanei.

gianni asdrubali steztastess 2011

STEZTASTESS

Pittura industriale su muro
Museo Permanente di Arte Contemporanea - L'Aquila
Dimensione 800 x 320 cm
Anno 2010

Marco Tonelli