Sipario ad arte. Gianni Asdrubali al Teatro Cartiere Carrara di Firenze

Asdrubali dipinge febbrilmente una superficie di circa 650X1500 cm per il teatro, nato nel 1978 come Teatro Tenda

Sabato 16 maggio si inaugura l’opera di Gianni Asdrubali Shamorra, alle ore 11.00, presso il Teatro Cartiere Carrara di Firenze. Nel tempo questo teatro ha visto impegnati per la realizzazione di un sipario Carla Accardi, Aldo Mondino, Getulio Alviani, Nicola De Maria, Mimmo Paladino, Fabrizio Plessi, Luigi Mainolfi, Lorenzo Puglisi, Pino Pinelli. Asdrubali si relaziona con lo spazio della scena agendo nel vuoto del suo annullamento.

Il sipario. Vedere il sipario di un teatro significa solitamente due cose: che lo spettacolo sta per iniziare o che è finito. Annuncia la cavità scenica, ed assiste al brusio del pubblico e al brusio è rivolto quando scende. A questo rumore degli spettatori, il sipario è indifferente perché essenzialmente tende a ridurre lo spettacolo ai momenti di aspettativa e ricordo, resta, perciò, inesorabilmente legato all’inizio e alla fine. Separato dalla drammaturgia, dal copione, dalla finzione e, in pratica, dalla rappresentazione, il sipario si pone al di fuori della scena, in un certo senso s’oppone ad essa pur facendone parte. S’oppone perciò al dominio della parola, del gesto istrionico, s’oppone all’eloquenza della mimica.

Al suono significante risponde, con la sua presenza calante, con un inquieto e inesorabile silenzio, insignificante e indipendente da qualsivoglia copione. Davanti a questo silenzio, il pubblico si riconosce come distesa orizzontale prostrata e dipendente dal rito della rappresentazione, ed è una distesa gestita dalla mediazione verticale e insondabile del sipario. Perciò, quel brusio che precede e segue lo spettacolo è la vera voce del pubblico che si riconosce nel suo ruolo ordinario di spettatore che il sipario azzera. Il sipario, interrompendo il tempo straordinario dello spettacolo, lascia in sospeso giudizio e gusto, piacere intellettuale e interpretazione. Sospende tutto nell’ansia della meraviglia.

Sospensione del giudizio

L’opera di Gianni Asdrubali per il Teatro Cartiere Carrara di Firenze, curata da Marco Tonelli, è essenzialmente questo: una enorme sospensione del giudizio e, nella indeterminazione, stabilisce quanto sia impossibile misurare simultaneamente e con precisione la posizione della pittura e la quantità dell’azione, la traccia del gesto nello spazio. Quanto sia impossibile, quindi, misurare la natura particellare dell’intreccio dei segni. L’unica possibilità è che ha il pubblico è assistere alla gestione di uno spazio non più bucato dalla scena, ma pieno, solido e rilevare i moti delle cellule in tensione tra pittura e vuoto.

L’opera di Asdrubali dal titolo Shamorra è questo. Il teatro, nato nel 1978 come Teatro Tenda, negli anni Novanta grazie alla nuova gestione ha migliorato la struttura, prima con il nome di Saschall, dall’incontro con l’azienda Sasch, poi, nel marzo 2024 ha preso il nome attuale di Teatro Cartiere Carrara. Shamorra, è la prima opera di questo progetto voluto dall’Associazione Amici della Contemporaneità dipinta direttamente e interamente dall’autore. “Shamorra”, che in arabo significa grossomodo “colei che splende”, è, perciò, una enorme tela autografa. È un’opera che di fatto irradia con la sua unicità il progetto ideato da Claudio Bertini e Massimo Gramigni con il gallerista Santo Ficara e il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze.

Una superficie di circa 650X1500 cm eseguita febbrilmente in cinque ore con l’aiuto di una sola assistente, utilizzando scope e strumenti inusuali. Il lavoro di Asdrubali si mostra in tal modo nella sua gigante frontalità come opposizione di bianco/nero, pieno/vuoto, positivo/ negativo, elementi che si scontrano fino a raggiungere un equilibrio che l’autore commenta così: “un sipario che non separa, una frontalità profonda che tende alla sfera, una scultura impossibile. Nel realizzarlo, lì in mezzo non vedevo niente, come essere cieco, ho seguito solo il mio cervello/stomaco. È uscito un entanglement di punti spazio temporali distanti tra loro ma convergenti nello stomaco e nella mente, nello stesso istante. Il risultato è un “mostro d’arte”, non il mio, il nostro”.

Ritmica del segno

Formalmente Shamorra rimanda all’opera di Asdrubali esposta alla 43ª Biennale di Venezia, nella sezione denominata “Il luogo degli artisti”. Nel 1988, con l’opera Eroica, Asdrubali distrusse allora la percezione di una parte dell’Arsenale, mentre qui, adottando un formato monumentale e sovrastante, sembra aver annullato l’orizzonte della scena. Queste forme non chiedono all’occhio di esplorare una profondità, ma di perdersi in una superficie. Non è semplice tradurre questo fenomeno percettivo in termini semiotici, a cui invece si può ricorrere facilmente per spiegare il formato dell’opera.

È più facile invece trovarsi in una sorta di impasse. L’enunciazione del segno – spazio di Asdrubali, non sembra infatti aver mai avuto una piena significazione dal momento che il segno arretra sino allo svuotamento di senso. Per capire Asdrubali, bisognerebbe per un attimo ricorrere al termine che Cesare Brandi definì “Astanza”. Un termine, cioè, che esclude l’accesso a una simulazione ed elimina insieme al simulacro ogni rimando esterno. Consolidando un’identità autonoma con la sua persistenza nella cornice del palcoscenico.

Questo lavoro di Asdrubali, infine, non sembra basarsi tanto sulla ritmica del segno quanto sulla natura di una superficie misurata dal corpo dell’artista che si muove in essa seguendo una visione complessiva, una visione che, alla fine, mette in secondo piano il carattere action dell’esecuzione orizzontale. Come s’è detto, perciò, l’opera inizia dove finisce lo spettacolo della pittura quando in pratica si consolida davanti allo sguardo come unica portatrice di senso.