Sabato al Teatro Cartiere Carrara l’inaugurazione di ’Shamorra’, l’opera che unisce pubblico e palcoscenico. La spettacolare tela è frutto di cinque ore di lavoro. Al posto dei pennelli è stata utilizzata una scopa.

Non è un velo bensì un’esplosione di energia che ridefinisce il confine tra spettatore e palcoscenico. La decima tappa della rassegna ’Sipari d’artista’ al Teatro Cartiere Carrara di Firenze porta la firma del pittore Gianni Asdrubali e il risultato è un’opera che reinventa il progetto promosso dall’associazione Amici della contemporaneità. Il titolo è un neologismo che risuona come un incantesimo: Shamorra. Una parola che non cerca appigli nel dizionario, perché esiste solo in funzione dell’immagine che rappresenta.
Dal 2005, la rassegna ideata da Claudio Bertini e Massimo Gramigni, con la complicità del gallerista Santo Ficara, ha visto sfilare nomi che sono pilastri del contemporaneo: da Carla Accardi a Mimmo Paladino, da Fabrizio Plessi a Nicola De Maria. Ma l’intervento di Asdrubali, curato dal critico Marco Tonelli, si distingue per una fisicità brutale e poetica al tempo stesso. Shamorra è l’unico sipario della collezione a non essere stato stampato o trasferito: è stato dipinto direttamente sulla stoffa, interamente a mano, come una tela monumentale di 15 metri per sei metri e mezzo.
L’esecuzione stessa è stata una performance di resistenza: cinque ore di corpo a corpo con il tessuto, disteso e inchiodato a terra, affrontato non con i pennelli della tradizione bensì con una scopa. Un gesto ampio, veloce, quasi sciamanico, capace di trasformare il supporto in un campo di forze elettriche. “Lì in mezzo non vedevo niente, come essere cieco” le parole dell’artista per descrivere un processo creativo dettato dal ’cervello-stomaco’, in una sorta di ’entanglement’ spaziotemporale dove l’opera si autogenera attraverso lo scontro di forme. Asdrubali, già protagonista dell’Astrazione Povera negli anni Ottanta e veterano di Biennali e Quadriennali, porta a teatro la sua ossessione per il vuoto. Per lui la pittura non occupa lo spazio: lo crea. In Shamorra, i contrasti tra bianco e nero, pieno e vuoto, agiscono come magneti. Le forme sembrano agganciarsi e respingersi in un equilibrio precario che l’artista definisce “un’armonia dinamica”, un messaggio potente in tempi di frammentazione sociale.
L’opera recupera e amplifica la radicalità di lavori storici come Eroica (1988), evolvendone il ritmo aggressivo in una dimensione scultorea pur rimanendo bidimensionale. È una “scultura impossibile”, una frontalità profonda che invita il pubblico a un’empatia viscerale. Quando il sipario si mostrerà al pubblico – sabato alle 11,30 il vernissage alla presenza dell’artista e del critico d’arte Marco Tonelli – il pubblico non si troverà davanti a una decorazione, ma a un vero e proprio coup de théâtre pittorico. Con il sostegno della Fondazione CR Firenze, il progetto ’Sipari d’artista’ si conferma un’eccellenza capace di portare l’arte d’avanguardia nel cuore pulsante dello spettacolo. Shamorra non chiude la scena: la apre su un abisso di segni che, come dice l’artista, non appartengono solo a lui, ma diventano di tutti. “Il risultato è un ‘mostro d’arte’, non il mio, il nostro” sostiene il pittore. Un ’mostro’ di bellezza che sfida il silenzio del teatro.

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